giovedì 7 dicembre 2006

IN VIAGGIO CON EVIE - DRIVING LESSONS

Di Jeremy Brock
Con Julie Walters, Rupert Grint


Voto: 5

Un timido diciassettenne figlio di un pastore protestante incontra Evie, una bisbetica attrice in pensione. Le vite di entrambi cambieranno.

Dramma adolescenziale on the road con al centro la vicenda di un ragazzo, Ben (interpretato da Rupert Grint, il rosso amico di Harry Potter), un ragazzo timido e frustrato, soggiogato da una madre iperbigotta e la storia di solitudine e di dolore di Evie, una vecchia gloria del cinema abbandonata da tutti. Soggetto (dello stesso regista, l’esordiente Jeremy Brock, anche sceneggiatore) stravecchio, anzi stravecchissimo: il ragazzo alla scoperta della vita, la vecchia donna progressista che introduce il ragazzo alla scoperta della bellezza: l’arte, l’amicizia, il sesso. No, non allarmatevi: In viaggio con Evie non è, per fortuna, una storia d’incesto perché il ragazzino finirà sì a letto ma con una quasi coetanea in quella che forse è la sequenza meno probabile del film (un’occhiata, una sera in disco e subito a letto). Il film di Brock è semplicemente modesto. Crepuscolare, ma modesto. Dice poco e quello che dice, lo dice senza convinzione: fustiga senza pietà il moralismo di certa chiesa d’Inghilterra che predica bene ma razzola malissimo, infarcisce il film di personaggi di contorno improbabili se non vere e proprie macchiette (il prete con la faccia e il fisico da modello, l”ospite” anziano, la compagna di letto di Ben). Fa meglio con il protagonista, tratteggiato delicatamente nel rapporto complesso, vagamente edipico, con la madre. Ma altre cose stonano: in particolare il regista, forse per inesperienza, gioca male coi registri narrativi e nel rapporto tra Evie e Ben, fulcro centrale del film, miscela male ironia e dramma, spesso spingendo sul tasto di un patetismo che non aiuta a scavare nei personaggi. Poco convincente il finale buonista. Stranamente male anche gli attori, la Walters soprattutto: se Grint sta crescendo e riesce a essere credibile in un ruolo difficile, Julie appare sfuggente e gigiona. Un peccato, perché il ruolo da vecchia, dimenticata gloria del cinema, sulla carta, poteva andarle a pennello.

mercoledì 6 dicembre 2006

ANPLAGGHED AL CINEMA

Di Rinaldo Gaspari
Con Aldo, Giovanni e Giacomo

Voto: 5

L’omonimo spettacolo teatrale di Aldo, Giovanni & Giacomo ripreso dalle telecamere per il grande schermo.E’ il loro sesto lungometraggio in quasi dieci anni di cinema, ma 'Anplagghed' non è un film, almeno in senso stretto. E’ teatro filmato, con tanto di pubblico che applaude e sonore risate che, fortunatamente, non appaiono “pilotate”. Un’operazione questa che ha dei punti di forza, ma che si apre a dei rischi: uno spettacolo teatrale filmato significa innanzitutto bassi costi, un soggetto ben collaudato e un pubblico “amico” che fa la sua parte. D’altro canto, 'Anplagghed' non è appunto un film e la collocazione abituale di un’operazione del genere sarebbe stata direttamente per il mercato home video o della Pay Tv. E invece Aldo, Giovanni & Giacomo ne hanno fatto il film di Natale, uscito peraltro con qualche settimana d’anticipo. I tre sono bravi e sono tra i pochi comici in grado di bucare lo schermo cinematografico e di durare più di una stagione. Hanno rischiato nel passato a girare veri e propri film e non soltanto a riempire un’ora e mezza di sketch pur riusciti, con esiti a volte positivi ('Chiedimi se sono felice'), a volte negativi ('La leggenda di Al, John e Jack'). Sono bravi, hanno anni di esperienza sulle spalle e, anche se infinitamente meno efficaci delle grandi maschere comiche della commedia italiana, sono riusciti nel loro piccolo a dar vita a una carrellata di ritratti dell’italiano di oggi, del Nord e del Sud, non sempre ridotti a macchiette. Sono forse i comici più popolari d’Italia e hanno ottenuto il successo senza ricorrere alla volgarità, bisogna dargliene atto. E’ per questo che Anplagghed ci sembra un passo indietro. Perché è il compito più facile che i tre potessero fare ma è anche un’occasione sprecata. Innanzitutto per dei limiti oggettivi: lo spettacolo ha ritmi comici che funzionano sul palcoscenico ma inevitabilmente si perdono sul grande schermo cinematografico così come appare debole il montaggio tra i vari cambi di scena e di costume (che nel film del resto non si vedono). C’è poco respiro, pochi personaggi e le storie appaiono troppo slegate tra loro. Insomma: alla fine si ride meno di quasi tutti i film precedenti del terzetto. Si ride di più solo rispetto a 'La leggenda di Al, John e Jack', il che non è certo una bella consolazione. Occhio alle gag sui titoli di coda.