sabato 11 novembre 2006

FLAGS OF OUR FATHERS

Di Clint Eastwood
Con Ryan Philippe, Barry Pepper

Voto: 8 1/2


La storia dei sei soldati immortalati in una celeberrima fotografia mentre issavano la bandiera americana a Iwo Jima.

E’ un grande film Flags of our fathers, non perfetto, ma grande. Grande perché Eastwood, con l’apporto decisivo di Steven Spielberg in produzione, ha il coraggio di realizzare un film di guerra controcorrente. Non un film sui vincitori e nemmeno un film sull’eroismo retorico di certa parte del cinema americano anche recente, ma un film, come recita la voce fuori campo nel finale “sul modo con cui gli uomini cercano di spiegare ciò che è incomprensibile, e cioè che un uomo possa sacrificare la vita per un altro”. E questo altro, non è, come ci ricorda sempre il finale struggente, la patria e nemmeno l’ideale, ma l’amico, il compagno di trincea. Flags of our fathers è un film antico e attuale: antico perché il piglio dell’operazione sembra tanto simile a quello proprio di un grande maestro caro a Eastwood, John Ford, omaggiato del resto in Flags in più sequenza. Ne L’uomo che uccise Libert Valance, Ford raccontava la verità che stava oltre il mito dell’uccisione di un bandito. E lo raccontava senza cinismo o risentimento, avendo come unico scopo quello di raccontare la verità dei suoi personaggi. Così Eastwood in Flags: il suo scopo è quello di raccontare la verità in maniera semplice e lineare. Diremmo in maniera sobria, carattere che del resto è diventato specifico di tutta la produzione cinematografica. E così Eastwood racconta la vera storia di questi eroi, che eroi forse non erano almeno secondo la vulgata comune ma semplici ragazzi pieni di limiti, forse nemmeno troppo coraggiosi, ma impegnati in battaglia, con la realtà per dei volti, per i propri amici. Sono eroi questi ragazzi, non perché hanno salvato delle vite e nemmeno perché hanno alzato una bandiera ma perché si commuovono per i loro amici che non ci sono più e che hanno perso la vita sul campo di battaglia. E colpisce che un uomo di 76 anni abbia il coraggio di dire questo, in tempi crudi e tragici come i nostri (ed evocati, ampiamente durante il film, dalla questione delle foto “vincenti” al morale a terra di una nazione che sta diventando sempre più cinica”). Eastwood è il nostro grande vecchio e come tutti i grandi vecchi sa dire cose semplici nel più semplice dei modi. Gli eroi sono quelli che si spendono per amore di un altro.
Va detto che il film non è forse il capolavoro perfetto del regista di Million Dollar Baby: troppi flashback a rendere troppo frammentata l’azione e alcuni personaggi paiono troppo sacrificati, ma ciò che colpisce è che Clint continui con coerenza e umanità un percorso iniziato da Gli spietati nel 1992. E continuato con Un mondo perfetto, Mistyc River, Debito di sangue e Million Dollar Baby.
Eastwood racconta nei suoi film sempre di padri e di figli. Di orfani che cercano un padre. Alcune volte lo perdono (Mistyc River), altre volte lo trovano e poi lo riperdono (Un mondo perfetto, Million Dollar Baby). In Flags of our fathers, il film nasce dalla volontà del figlio di Doc, uno degli eroi di Iwo Jima, di capire se veramente il padre era un eroe. E comincia a intervistare i veterani, va a caccia di foto ingiallite. E’ un viaggio quello che compie il figlio – giornalista alla ricerca del Padre. Ed è un viaggio che finisce in uno splendido abbraccio: mio padre era un eroe, perché sapeva dare la vita per i suoi amici. Una verità semplice, che nel cinema di oggi, fatto per lo più di orfani e famiglie distrutte, diventa ancora più vera e coraggiosa.

CAMBIA LA TUA VITA CON UN CLICK

Di Frank Coraci
Con Adam Sandler, Kate Beckinsale
Voto: 5

Un giovane architetto trova per caso un telecomando universale, in grado di risolvere i problemi della vita.

Ci sono cose agghiaccianti e divertenti in questa commedia che tanto assomiglia a Una settimana da Dio con Jim Carrey. L’aspetto più disturbante è il doppiaggio, inefficace e spesso ignorante. Non siamo tra quelli che difendono a spada tratta la lingua originale e i sottotitoli (anche se sentire gli interpreti recitare con le proprie voci rende il film obiettivamente diverso: provare per credere), ma siamo per l’italiano, per la grammatica e per l’ortografia corretta. E allora, passino pure i trailer senza punteggiatura (World Trade Center), ma gli erroracci no. Quelli sono errori blu, e non si passa. Esistono le preposizioni articolate, cari dialoghisti: ‘dalla’, ‘dallo’, ‘alla’ ‘allo’ etc etc. E, almeno nella lingua italiana non si dice: “Ho un sacco di cosa da fare a studio”, come a un certo punto dichiara Adam Sandler, scusandosi per il poco tempo che dedica ai propri figli. Altri elementi che colpiscono: l’Aldilà divenuto nemmeno un supermercato ma uno sgabuzzino di un grande ipermercato, dove un angelo fa il commesso e dona, ma senza diritto di recesso, un telecomando universale. Simile quindi l’idea che sottende a Click rispetto a quella di Una settimana da Dio: qui un telecomando universale in grado di risolvere, come fosse una bacchetta magica, i problemi della vita, dalla moglie che rompe alla carriera che deve essere ottenuta a tutti i costi, là una vera e propria sostituzione a Dio dagli esiti comici. Il risultato è lo stesso: la nostalgia della vecchia vita, fatta da una famiglia non perfetta ma unita. Click è in definitiva una commedia con momenti certo divertenti ma non privo di una veste inquietante. L’incubo che per gran parte vive il protagonista, architetto di successo sempre più ricco, sempre più grasso, ma dalla vita sempre più vuota, sempre più solo, sempre più distratto dagli effetti messi da parte per dedicarsi al lavoro, mette i brividi e fa riflettere. Il nostro stile di vita, forse, non è così lontano da quello dell’architetto alla ricerca del telecomando con cui risolvere e farsi beffe della vita.

DEPARTED - IL BENE E IL MALE

Di M. Scorsese
Con Leonardo Di Caprio, Jack Nicholson
Voto: 8

Boston, qualche anno fa. Un boss della mala irlandese, Frank Costello infiltra un suo uomo nella polizia. Ma non sa che la polizia ha intenzione di fare altrettanto.

Film cupo, pessimistico, dagli accenti letterari, tra Shakespeare e Dostoevskij, l’ultimo film di Martin Scorsese, dopo un paio di mezzi passi falsi (Gangs of New York e The Aviator), ci riporta ai bei tempi andati. Quelli se non di Taxi Driver e Toro scatenato, almeno di Quei bravi ragazzi e Casinò, a cui The Departed si salda non tanto per l’appartenenza ad un medesimo genere gangster, quanto per l’atmosfera tragica e i risvolti senza speranza. Ispirato a Infernal Affairs, un noir orientale si qualche anno fa, The Departed è uno dei migliori film di Scorsese di sempre. Attori perfetti (compreso Di Caprio, al terzo film con il Maestro e sempre più bravo in un ruolo non certo facile), sceneggiatura, musiche e montaggio che paiono senza sbavature. Due ore e passa che scorrono via tra bagni di sangue, scoppi improvvisi di violenza e la presenza di un peccato che è presenza ineludibile e schiaccia la persona, una vera costante nella cinematografia del regista italoamericano. Sangue, famiglia e tradimento: si potrebbe sintetizzare così un’opera che riesce a essere attualissima, con un sovradosaggio di paranoia e attacchi a tradimento, pescando nell’antico. E cioè nella tragedia classica e scespiriana, da cui Scorsese ricava almeno tre quarti delle suggestioni di uno script che appare veramente solido e non privo di ironia. Tragedia dell’identità, tragedia dei padri (due, Sheen e Nicholson, in due parti speculari), tragedia del tradimento e del parricidio, la tragedia dell’amicizia virile e della donna contesa. Insomma, un film sul “doppio” realista e non relativista. Che, certo, non fa sconti a nessuno ma che ha il coraggio di fare i conti con personaggi fatti carne e di ossa, di male (che spesso è definitivo) ma anche di pulsioni verso un bene che spesso ha il sapore della vendetta.

THE BLACK DAHLIA

Di Brian De Palma
Con Scarlett Johansson, Aaron Eckhart

Voto: 6

Due poliziotti indagano sull’efferato omicidio di una giovane donna.

Non convince, per lo meno non del tutto, l’ultimo film di Brian De Palma, film d’apertura della recente Mostra del Cinema di Venezia. Il romanzo di partenza di James Ellroy, Dalia Nera, ha molto di cinematografico: l’ambientazione “calda” nella Los Angeles degli anni’50, lo stesso intreccio tra cinema e realtà, le atmosfere chandleriane e soprattutto il credito di un nome come quello di James Ellroy, indiscusso maestro del noir (anche se di un noir contemporaneo, più carico di eccessi ma di qualità inferiore rispetto al noir classico del primo Dopoguerra) e autore di quel L.A Confidential da cui Curtis Hanson trasse nel 1997 forse il miglior noir cinematografico degli ultimi dieci anni. Insomma: di che carta da giocare, ce n’erano, eccome. Anche il nome di Brian De Palma, regista scostante ma capace di girare capolavori come Gli intoccabili o Carlito’s Way, poteva apparire come una garanzia. Eppure funziona poco The Black Dahlia, o si dovrebbe dire, tutto suona, un po’ falso. Il che è un evidente paradosso, quando si parla di cinema. Eppure i noir di un tempo, con tutta la carica letteraria di cui erano intessuti e quelle storie spesso ai limiti dell’assurdo possedevano un magnetismo, trasmettevano una fascinazione tale che in fondo la storia era un dettaglio, a tal punto che persino Raymond Chandler aveva perso le speranze su come si risolvesse l’intreccio de Il grande sonno. Anche in The Black Dahlia e l’intreccio è tutto sommato un dettaglio. Ma manca il resto, il magnetismo e la fascinazione. Mancano gli attori: pur con tutta la volontà degli attori, Johansson e Hartnett fanno rimpiangere non dico la santa coppia Bogart-Bacall, ma i solidi Russell Crowe e Kim Basinger del già citato L.A. Coinfidential. In The Black Dahlia mancano le atmosfere colpevoli, da peccato originale, riprodotte un po’ troppo freddamente e con l’immancabile morbosità da De Palma. Insomma, la storia in sé, l’intreccio che come tale in un noir non va dipanato, almeno non secondo le regole cartesiane del giallo a enigma, non è il punto debole del film. Ma il contesto scialbo e poco convincente, a tal punto che più che una fotocopia sbiadita dei noir di un tempo, The Black Dahlia sembra una fotocopia a colori e senz’anima dei monumenti di un passato in bianco e nero. Come la sequenza centrale dell’omicidio sulle scale: un complicato omaggio al passato, talmente zeppo di virtuosismi tecnici gratuiti e talmente carico di autocitazioni, da far perdere di vista il reale scopo della sequenza: far paura.

PROFUMO - STORIA DI UN ASSASSINO

Di Tom Tykwer
Con Dustin Hoffman, Alan Rickman
Voto: 3

Il giovane garzone di un profumiere ha un ossessione: imprigionare per sempre gli odori della natura. Lo farà nei modi più perversi.

La critica è concorde, e per una volta pure noi. Profumo è un brutto film, pessimo adattamento dell’omonimo best seller che finora ha venduto più di quindici milioni di copie. Forse Tykwer ha scelto il best seller sbagliato per farne un film. Difficile rendere per immagini il senso meno filmabile che ci sia, l’olfatto soprattutto se la strada presa è quella dell’affresco digitale (vedere per credere la sequenza del rave erotico finale). Tykwer non ha mai brillato per messa in scena: il suo primo film, Lola corre, era un corto gonfiato a misura di lungometraggio, dal ritmo indiavolato ma dalla consistenza di un giocattolo e non erano certo meglio i film successivi La principessa + il guerriero ed Heaven, quest’ultimo tratto da soggetto di Kieslowski. Anche in Profumo le pecche sono le stesse dei film precedenti: una lunghezza esorbitante o comunque immotivata, un cast di gigioni (Hoffman e Rickman) o di inadeguati (il protagonista, Ben Whishaw), parecchie cadute nel kitsch (la già citata sequenza finale) e in generale un certo soffermarsi sul malsano e sul morboso che ci è parso parecchio gratuito. E anche lo scavo psicologico del protagonista appare inadeguato e più che immedesimazione, crea una vera e propria repulsione.

PIRATI DEI CARAIBI 2

Di Gore Verbinski
Con J. Depp, O. Bloom

Voto: 5


Nuove avventure per il capitano Jack Sparrow. Questa volta il nemico da fronteggiare è il temibile pirata Davy Jones.

Squadra che vince non si cambia, si dice. E così, ecco riconfermati sul ponte di comando della Perla Nera, il capitano Gore Verbinski (The Ring), il nostromo Johnny Depp, Orlando Bloom il mozzo e la bella Keira Knightley. Squadra che vince non si cambia, si dice. Ma si dice anche che i sequel, almeno al cinema, funzionano meno degli originali, tranne poche ma importanti eccezioni (tipo il Toy Story 2 della Pixar, più compatto e riuscito del primo episodio). Nel caso de Pirati dei Caraibi 2, le premesse del buon sequel c’erano tutte: una squadra capace e affiata, con un regista capace di gestire le corde della commedia e dell’horror, un grande budget (si parla addirittura di 225 milioni di dollari) e soprattutto il credito conquistato con un primo episodio che sbancò il botteghino. Ma qualcosa non torna ne Il forziere fantasma. Ci si diverte meno del primo film e non mancano le secche di sceneggiatura in un film che appare troppo lungo (due ore e mezza). Certo, il film con Johnny Depp non ha il dono della semplicità: la trama appare troppo complicata e spesso Johnny gigioneggia più di quanto il personaggio richiederebbe. Senza voler togliere la sorpresa ai lettori, però nel film abbiamo incontrato (in ordine sparso): una bussola incantata, un matrimonio, un forziere, un padre in cerca del figlio, un debito di sangue, la Compagnia delle Indie, un altro padre in cerca della figlia, Davy Jones, una sorta di Sibilla Cumana, dei cannibali nell’isola di King Kong, un ex commodoro in cerca di riscatto, un leviatano orribile e una storia d’amore. E una sorpresa finale. E allora si dice anche che il troppo stroppia, soprattutto se storie e personaggi sono appena abbozzati. Lo spettacolo, va da sé, non manca, così come gli effettacci (anche se, per il target di riferimento, non si vede una goccia di sangue). Il risultato è che Pirati dei Carabi 2 intrattiene più a fatica del precedente. Parte male, con una sequenza un po’ confusa tra la Knightley e Bloom, finisce meglio con alcune belle sequenze d’azione mostruosa. I personaggi, Jack compreso, sono però meno simpatici di quanto ci aspetteremmo. Alla fine dei nove minuti di coda, per chi è proprio fan sfegatato, c’è pure una sorpresina. Ma non aspettatevi le sorprese Pixar. Qui siamo dalle parti dei contenuti speciali di un DVD senza troppe pretese.

NUOVOMONDO

Di Emanuele Crialese
Con Vincenzo Amato, Charlotte Gainsbourg
Voto: 7 1/2

Italia, inizio ‘900. Una famiglia siciliana decide di partire piena di speranza per il nuovo mondo. Ad attenderli, una realtà ben diversa.

E’ un film sulle radici Nuovomondo di Emanuele Crialese. Radici e identità popolare, sembra questo il nucleo centrale del film del regista di Respiro. Un vedovo siciliano decide di mollare tutto per partire per il Nuovo Mondo assieme alla propria famiglia. Decisione sofferta perché mollare significa tagliare i ponti con il proprio mondo, quello Vecchio, quello dei padri. Così parte la famiglia Mancuso e con aspettative grandi quanto semplici (quella di mangiare, innanzitutto). Ma dopo un viaggio lungo e faticoso si ritroveranno di fronte ad una realtà che non avevano previsto. Per raccontare l’Italia, Crialese si stacca dal registro realista con cui il cinema italiano ha spesso fatto i conti col proprio passato (dal Neorealismo puro al realismo de Lamerica di Gianni Amelio). La scelta è quella di focalizzare l’attenzione sulla percezione della famiglia Mancuso sulla nuova terra promessa, l’America, percezione spesso distorta e un po’ ingenua, ma sana. Che un contadino immagini la terra promessa percorsa da carote giganti o invasa da fiumi di latte è una notazione realista e anche commovente. Perché Crialese più che discorsi mette in mostra volti, povertà, dignità e soprattutto mentalità diverse. Sguardi sul mondo opposti: da un lato lo spirito pratico e la saggezza popolare, un buon senso che fa a pugni con la realtà di un mondo nuovo burocratizzato e astratto. L’esame di ammissione in America che il capofamiglia Mancuso deve sostenere, è da questo punto di vista significativo. Chi è il cittadino del Nuovo Mondo ? Meglio, chi è il cittadino della Modernità ?: chi sa risolvere test d’abilità ma non possiede un minimo senso pratico, apparendo slegato dalla propria storia e dal reale. La famiglia Mancuso, da questo punto di vista è una famiglia che sta scomparendo per sempre come quel Vecchio Mondo a cui Crialese guarda con occhi commossi. I Mancuso non hanno studiato, parlano male, non sanno le buone maniere, sono sordi, sono sporchi, non hanno mai visto una doccia in vita loro. Non sanno tutte queste cose ma sanno che cos’é una famiglia, che cos’è un padre. Anche se non parlano bene o non parlano affatto sanno cos’ è una casa e come mandarla avanti. Sanno cos’è la sofferenza e sanno stupirsi di fronte alla bellezza imprevista (il personaggio di Lucy/Luce, interpretato dalla Gainsbourg). Sanno in poche parole dividere il grano dalla crusca. Sanno cosa è bene, cosa è male. Sanno vivere nel mondo. E per questo rimarranno fuori dal Nuovo Mondo politically correct.

N - IO E NAPOLEONE

Di Paolo Virzì
Con Daniel Auteuil, Elio Germano
Voto: 6

Isola d’Elba, 1915. Un giovane maestro ha un’ossessione: uccidere Napoleone, esiliato sull’isola.

“Commedia sul berlusconismo”, come lo stesso Virzì ha spiegato in conferenza stampa, in realtà, N - Io e Napoleone è una commedia drammatica con buoni interpreti ma dal sapore piuttosto provinciale. Facile infatti trovare dietro i panni ottocenteschi del Bonaparte molti, forse troppi riferimenti all’ex premier Silvio Berlusconi: Napoleone presentato come figura populista che arriva sull’isola stregando il popolo e elargendo false promesse, dalla costruzione di una barriera frangiflutti (forse un’allusione al ponte sullo Stretto ?), alla costruzione di nuove strade. Napoleone, circondato da uno stuolo di servili portaborse (ce n’è uno che parla persino come Berlusconi: “Mi consenta !”). Napoleone che si ammira davanti allo specchio, che cerca con un po’ di trucco di eliminare la vecchiaia incipiente; Napoleone che fugge a tradimento, egoista e prigioniero della propria immagine. Si parla addirittura di un miracolo elbano. Quello di Virzì quindi è un altro film sulla figura di Berlusconi, non sul berlusconismo: poco male, si dirà, anche perché il film è “alla Virzì”. E cioè una buona commedia, inferiore al suo capolavoro amaro, Ovosodo, ma con un buon cast (soprattutto Germano, che appare molto versatile come interprete) e qualche personaggio di contorno ben tratteggiato (il duetto Ceccherini-Impacciatore e il grande Mastandrea, che ci sembra però col passare del tempo sempre più utilizzato). Ma è un film provinciale perché non riesce a distaccarsi dalla piccola Italia. In America, con tutto il male che si nutre nei confronti di George W. Bush, tuttavia non mancano commedie in grado di raccontare i tempi senza per forza spingere lo spettatore a trovare nei film ora una Condoleeza Rice, ora Monica Lewinski, ora il presunto autoritarismo del Presidente. Sono commedie e parlano di una realtà che è più grande del Presidente più potente del mondo. In Italia, invece, è diverso: escono Il caimano, documentari contro Berlusconi, commedie contro l’ex premier. Lo stesso Virzì è recidivo: in Caterina va in città, la figura del “cattivo” era accostata a una politico romano di centrodestra. Insomma, basta. Abbiamo capito: Berlusconi è Napoleone e merita tutto il male possibile. Ma ora tornate a fare del cinema.

LA SCONOSCIUTA

Di Giuseppe Tornatore
Con Ksenia Rapoport, Michele Placido

Voto: 4

Una donna ucraina con un passato difficile alle spalle, cerca di ricostruirsi una nuova vita come tata.

Sono passati sei anni da Malèna, con una Monica Bellucci sempre e ovunque nuda a solleticare i sogni erotici e le pratiche masturbatorie di un ragazzino voyeur e Giuseppe Tornatore non è cambiato. Il suo ultimo film si apre con una sequenza di giovani ragazze nude e mascherate. E procede con violenti flash back di stupri, parecchi nudi della pur brava Ksenia Rapoport, un nudo integrale della Gerini, il nudo plastico e unto di Michele Placido e via abbrutendo. E’ questo che dà più fastidio, nel “mistery” di Tornatore: un’insistenza morbosa sul sesso, sulla carne, sulla violenza. Una vera propria scelta stilistica quella del regista di Nuovo Cinema Paradiso: e così, come da un punto di vista visivo sono proposti soltanto corpi dati in pasto allo spettatore così, da un punto di vista narrativo non mancano musiche martellanti di un Ennio Morricone che troppo spesso fa il verso a se stesso e il ricorrere ripetuto e pedante a continui flash back brutali. E’ nella scelta del taglio, del registro che il film di Tornatore non convince: Tornatore non è Hitchcock e nemmeno De Palma. E forse non possiede nemmeno il talento sperimentale di un Salvatores. E lo si vede bene, in sequenze come quelle della morte del personaggio interpretato da Piera Degli Esposti o dell’aggressione a Placido. Sequenze posticce in un lago di sangue (finto). Tornatore, anche nel più mistery dei suoi film, Una pura formalità, aveva lavorato e dimostrato di sapere lavorare in maniera ben differente: sugli attori e sui personaggi incarnati dagli attori, innanzitutto. E anche su uno script solido e convincente. Qualità che mancano a La sconosciuta, in cui l’aspetto più interessante, il dramma di Irena, viene quasi lasciato sullo sfondo per non dire schiacciato, annichilito, persino abbrutito da laide immagini del Male che nelle mani di Peppuccio Tornatore finiscono per diventare solo sporche caricature di se stesse.

IL DIAVOLO VESTE PRADA

Di David Frankel
Con Meryl Streep, Anne Hathaway
Voto: 6 1/2

Una neolaureata si ritrova a far da assistente alla temibile Miranda Priestley, temibile direttrice della rivista di Moda Runway.

Quanti film sulla moda sono usciti ? Non tanti, almeno a nostra memoria. Ci ricordiamo, tra i titoli più recenti, Pret à Porter di Robert Altman, ma ben poco altro. E forse proprio in questo che va ricercato la radice del successo de Il diavolo veste Prada, in quel mondo della moda e in quel lavoro da assistente di moda, che, come si dice nel film “un milione di donne farebbero di tutto pur di ottenerlo”. La moda, le griffe, abiti di migliaia di dollari da cambiare vorticosamente come pannolini usati: anche questo è spettacolo. L’esordiente Frankel (esordiente per modo di dire: viene da una gavetta importante a Sex & The City) non inventa nulla di nuovo. Ambientazione newyorchese molto cool (anche se nel finale fa capolino l’immancabile, romantica Parigi), un buon cast (anche se mal doppiato: in originale il film, obiettivamente molto più divertente) e una storia che lascia aperta a molte possibilità equivoche e ridicole. La vicenda di una ragazza comune che improvvisamente si ritrova smarrita in un mondo di cui non conosce regole e parole. Gag carine, soprattutto nella prima parte del film, Meryl Streep che gioca a fare la vipera, qualche personaggio di contorno ben riuscito (Stanley Tucci, il cui personaggio meriterebbe un film a parte), qualche altro un po’ troppo schematico e artificioso: gli amici di Andy, poco più che comparse e soprattutto lui, il fidanzato-chef-spiantato mal vestito, icnaapce di cucinare (occhio al toast!) e però con una faccia da passerella. Il diavolo veste Prada è una commedia griffata praticamente ovunque ma piuttosto divertente. Griffata, ma non graffiante, è vero, se si eccettua la sequenza intensa della Streep umanizzata e senza trucco.