giovedì 3 maggio 2007

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO


Di D. Luchetti
Con E. Germano, R. Scamarcio

Voto: 7



La storia d’Italia degli anni ’60 e ’70 attraverso la vicenda di due fratelli di Latina.

E’ stato lanciato come l’ultimo film di Riccardo Scamarcio e forse è anche per questo che il film sta avendo un discreto successo al botteghino. E invece è il film di Elio Germano che si conferma un attore di notevole spessore dopo le buone prove in Quo vadis, baby ?, Romanzo criminale e nel recente N – Io e Napoleone. Lo dirige Daniele Luchetti, una filmografia di alti e bassi (Il portaborse; La scuola; I piccoli maestri), discepolo di Moretti con cui esordì come attore nel bellissimo Bianca e capace spesso di raccontare la Storia attraverso piccole storie umane di provincia. Era successo nello sfortunato (e un po’ velleitario) I piccoli maestri dove per raccontare la Resistenza il regista romano si concentrava nel racconto dell’amicizia di un gruppo di giovani partigiani. Ed era successo anche nel suo film finora più riuscito, quel La scuola con cui Luchetti tratteggiò con simpatia i sogni di un insegnante nella periferia di Roma. Ecco: la storia, rigorosamente con la ‘S’ minuscola, la provincia periferica, il tratteggio umano. Sono questi gli ingredienti che ritornano in Mio fratello è figlio unico con cui Luchetti torna a raccontare un pezzo di storia d’Italia, attraverso il punto di vista di due fratelli che passano tutto il tempo a darsene affettuosamente di santa ragione. Uno è fascista e l’altro è comunista ma l’adesione ideologica, almeno per Accio, il personaggio interpretato da Germano e meglio tratteggiato nel film, è soltanto un modo per trovare pace in un’inquietudine che attraversa per tutto il film il giovane. Un’inquietudine, un non darsi mai pace, che sfocia spesso in una violenza malinconica in famiglia, nella sezione del Partito, nel rapporto col fratello e con la donna che si ama e di cui si vedevano già i primi segni nella breve parentesi in seminario. Accio è il personaggio più riuscito del film (anche se non il solo: le due famiglie nel film, interpretate dalle coppie Popolizio/Finocchiaro e Zingaretti/Bonaiuto sono ben delineate) e ci piace per questa sua domanda drammatica che ha a che fare soprattutto ma non solo con la giustizia. Perché di ingiustizie il giovane Accio ne sperimenta tante: meritarsi una promozione a pieni voti e non poter studiare latino; una situazione economica difficile; una vicenda sentimentale dolorosa, per non parlare del rapporto d’amore-odio con il fratello. Il film di Luchetti è fresco e brioso, soprattutto nella prima parte quando non sente il bisogno di spiegare a tutti i costi la Storia ma si concentra sulla vicenda di una famiglia scassata e realistica. Non cade nella trappola facile della caricatura dei fascisti, anzi demitizza l’ideologia attraverso alcune sequenze controcorrente (la “defascistizzazione” di Beethoven al Conservatorio). Un po’ meno efficace il film appare nella seconda parte, con la deriva poco spiegata cinematograficamente di Scamarcio nella lotta armata e la rivoluzione appassionata, populista e utopica di Germano. Non sono dettagli, come non è un dettaglio la discutibile scelta registica di appiccicare la macchina da presa sui volti e i corpi dei personaggi a costo di rendere caotiche e troppo “mosse” le scene d’azione; i pregi però sono tanti e anche di peso, dalla sceneggiatura solida scritta dal regista assieme a Rulli & Petraglia alla scelta felice di non soffocare nella retorica ideologicamente corretta la storia recente del nostro Paese.

SHOOTER


Di A. Fuqua
Con M. Wahlberg, D. Glover

Voto: 4 1/2


Un cecchino in congedo viene incastrato per il tentato assassinio del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Il fuggitivo + Rambo + Il giustiziere della notte. E una bella dose di antibushismo. Shooter è tutto qui. Diretto, anche con una certa cura soprattutto fotografica, da Antoine Fuqua, lo stesso del sopravvalutato Traning Day che valse l’Oscar a Denzel Washington, Shooter è un thriller modesto, zeppo di incongruenze e sberleffi alla logica che mettono a dura prova la cosiddetta sospensione dell’incredulità dello spettatore. Qualche esempio ? Un’ operazione chirurgica fai da te, un’altra con l’ausilio di una ragazza abile nell’uncinetto; sparatorie che nemmeno nel mitico Commando con Arnold Schwarzenegger e dei dialoghi a cui non sembra credere nessuno, attori per primi. Un film di genere, più fracassone che avvincente, con un interprete Mark Wahlberg, altrove più che bravo (in Boogie Nights, il suo esordio da attore e soprattutto nel recente The Departed), qui monocorde e incolore. La novità per un film di questo tipo sta nelle velleità politiche. Se il messaggio di Rambo, poi stravolto dai sequel muscolari, era la denuncia delle condizioni di vita psicologiche de reduci del Vietnam e quindi implicitamente una critica all’impegno militare oltre confine, in Shooter ritorna il complesso di colpa del reduce in lotta contro un Potere ostile e ben riconoscibile: contro un Presidente che al protagonista “non sta simpatico” (ma non stava simpatico neanche il precedente); contro un’Amministrazione, sintetizzata da un senatore privo di scrupoli, che ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Iraq e che ha intrapreso la guerra contro Saddam per i ben noti interessi petroliferi. Per non parlare dei tanti scandali nascosti, come le torture nel carcere di Abu Ghraib. Più che una denuncia articolata, però la sceneggiatura del film giustappone una serie di slogan anti Bush accompagnati da tanto risentimento che in un film ammazza-tutti come questo sono attinenti alla materia come i cavoli a merenda. L’impressione, comunque, è che Hollywood dovrebbe ringraziare il Presidente più odiato d’America: senza Bush un film come Shooter (o come Syriana o come i tanti documentari o pseudo documentari) non sarebbero mai usciti.

giovedì 7 dicembre 2006

IN VIAGGIO CON EVIE - DRIVING LESSONS

Di Jeremy Brock
Con Julie Walters, Rupert Grint


Voto: 5

Un timido diciassettenne figlio di un pastore protestante incontra Evie, una bisbetica attrice in pensione. Le vite di entrambi cambieranno.

Dramma adolescenziale on the road con al centro la vicenda di un ragazzo, Ben (interpretato da Rupert Grint, il rosso amico di Harry Potter), un ragazzo timido e frustrato, soggiogato da una madre iperbigotta e la storia di solitudine e di dolore di Evie, una vecchia gloria del cinema abbandonata da tutti. Soggetto (dello stesso regista, l’esordiente Jeremy Brock, anche sceneggiatore) stravecchio, anzi stravecchissimo: il ragazzo alla scoperta della vita, la vecchia donna progressista che introduce il ragazzo alla scoperta della bellezza: l’arte, l’amicizia, il sesso. No, non allarmatevi: In viaggio con Evie non è, per fortuna, una storia d’incesto perché il ragazzino finirà sì a letto ma con una quasi coetanea in quella che forse è la sequenza meno probabile del film (un’occhiata, una sera in disco e subito a letto). Il film di Brock è semplicemente modesto. Crepuscolare, ma modesto. Dice poco e quello che dice, lo dice senza convinzione: fustiga senza pietà il moralismo di certa chiesa d’Inghilterra che predica bene ma razzola malissimo, infarcisce il film di personaggi di contorno improbabili se non vere e proprie macchiette (il prete con la faccia e il fisico da modello, l”ospite” anziano, la compagna di letto di Ben). Fa meglio con il protagonista, tratteggiato delicatamente nel rapporto complesso, vagamente edipico, con la madre. Ma altre cose stonano: in particolare il regista, forse per inesperienza, gioca male coi registri narrativi e nel rapporto tra Evie e Ben, fulcro centrale del film, miscela male ironia e dramma, spesso spingendo sul tasto di un patetismo che non aiuta a scavare nei personaggi. Poco convincente il finale buonista. Stranamente male anche gli attori, la Walters soprattutto: se Grint sta crescendo e riesce a essere credibile in un ruolo difficile, Julie appare sfuggente e gigiona. Un peccato, perché il ruolo da vecchia, dimenticata gloria del cinema, sulla carta, poteva andarle a pennello.

mercoledì 6 dicembre 2006

ANPLAGGHED AL CINEMA

Di Rinaldo Gaspari
Con Aldo, Giovanni e Giacomo

Voto: 5

L’omonimo spettacolo teatrale di Aldo, Giovanni & Giacomo ripreso dalle telecamere per il grande schermo.E’ il loro sesto lungometraggio in quasi dieci anni di cinema, ma 'Anplagghed' non è un film, almeno in senso stretto. E’ teatro filmato, con tanto di pubblico che applaude e sonore risate che, fortunatamente, non appaiono “pilotate”. Un’operazione questa che ha dei punti di forza, ma che si apre a dei rischi: uno spettacolo teatrale filmato significa innanzitutto bassi costi, un soggetto ben collaudato e un pubblico “amico” che fa la sua parte. D’altro canto, 'Anplagghed' non è appunto un film e la collocazione abituale di un’operazione del genere sarebbe stata direttamente per il mercato home video o della Pay Tv. E invece Aldo, Giovanni & Giacomo ne hanno fatto il film di Natale, uscito peraltro con qualche settimana d’anticipo. I tre sono bravi e sono tra i pochi comici in grado di bucare lo schermo cinematografico e di durare più di una stagione. Hanno rischiato nel passato a girare veri e propri film e non soltanto a riempire un’ora e mezza di sketch pur riusciti, con esiti a volte positivi ('Chiedimi se sono felice'), a volte negativi ('La leggenda di Al, John e Jack'). Sono bravi, hanno anni di esperienza sulle spalle e, anche se infinitamente meno efficaci delle grandi maschere comiche della commedia italiana, sono riusciti nel loro piccolo a dar vita a una carrellata di ritratti dell’italiano di oggi, del Nord e del Sud, non sempre ridotti a macchiette. Sono forse i comici più popolari d’Italia e hanno ottenuto il successo senza ricorrere alla volgarità, bisogna dargliene atto. E’ per questo che Anplagghed ci sembra un passo indietro. Perché è il compito più facile che i tre potessero fare ma è anche un’occasione sprecata. Innanzitutto per dei limiti oggettivi: lo spettacolo ha ritmi comici che funzionano sul palcoscenico ma inevitabilmente si perdono sul grande schermo cinematografico così come appare debole il montaggio tra i vari cambi di scena e di costume (che nel film del resto non si vedono). C’è poco respiro, pochi personaggi e le storie appaiono troppo slegate tra loro. Insomma: alla fine si ride meno di quasi tutti i film precedenti del terzetto. Si ride di più solo rispetto a 'La leggenda di Al, John e Jack', il che non è certo una bella consolazione. Occhio alle gag sui titoli di coda.

sabato 11 novembre 2006

FLAGS OF OUR FATHERS

Di Clint Eastwood
Con Ryan Philippe, Barry Pepper

Voto: 8 1/2


La storia dei sei soldati immortalati in una celeberrima fotografia mentre issavano la bandiera americana a Iwo Jima.

E’ un grande film Flags of our fathers, non perfetto, ma grande. Grande perché Eastwood, con l’apporto decisivo di Steven Spielberg in produzione, ha il coraggio di realizzare un film di guerra controcorrente. Non un film sui vincitori e nemmeno un film sull’eroismo retorico di certa parte del cinema americano anche recente, ma un film, come recita la voce fuori campo nel finale “sul modo con cui gli uomini cercano di spiegare ciò che è incomprensibile, e cioè che un uomo possa sacrificare la vita per un altro”. E questo altro, non è, come ci ricorda sempre il finale struggente, la patria e nemmeno l’ideale, ma l’amico, il compagno di trincea. Flags of our fathers è un film antico e attuale: antico perché il piglio dell’operazione sembra tanto simile a quello proprio di un grande maestro caro a Eastwood, John Ford, omaggiato del resto in Flags in più sequenza. Ne L’uomo che uccise Libert Valance, Ford raccontava la verità che stava oltre il mito dell’uccisione di un bandito. E lo raccontava senza cinismo o risentimento, avendo come unico scopo quello di raccontare la verità dei suoi personaggi. Così Eastwood in Flags: il suo scopo è quello di raccontare la verità in maniera semplice e lineare. Diremmo in maniera sobria, carattere che del resto è diventato specifico di tutta la produzione cinematografica. E così Eastwood racconta la vera storia di questi eroi, che eroi forse non erano almeno secondo la vulgata comune ma semplici ragazzi pieni di limiti, forse nemmeno troppo coraggiosi, ma impegnati in battaglia, con la realtà per dei volti, per i propri amici. Sono eroi questi ragazzi, non perché hanno salvato delle vite e nemmeno perché hanno alzato una bandiera ma perché si commuovono per i loro amici che non ci sono più e che hanno perso la vita sul campo di battaglia. E colpisce che un uomo di 76 anni abbia il coraggio di dire questo, in tempi crudi e tragici come i nostri (ed evocati, ampiamente durante il film, dalla questione delle foto “vincenti” al morale a terra di una nazione che sta diventando sempre più cinica”). Eastwood è il nostro grande vecchio e come tutti i grandi vecchi sa dire cose semplici nel più semplice dei modi. Gli eroi sono quelli che si spendono per amore di un altro.
Va detto che il film non è forse il capolavoro perfetto del regista di Million Dollar Baby: troppi flashback a rendere troppo frammentata l’azione e alcuni personaggi paiono troppo sacrificati, ma ciò che colpisce è che Clint continui con coerenza e umanità un percorso iniziato da Gli spietati nel 1992. E continuato con Un mondo perfetto, Mistyc River, Debito di sangue e Million Dollar Baby.
Eastwood racconta nei suoi film sempre di padri e di figli. Di orfani che cercano un padre. Alcune volte lo perdono (Mistyc River), altre volte lo trovano e poi lo riperdono (Un mondo perfetto, Million Dollar Baby). In Flags of our fathers, il film nasce dalla volontà del figlio di Doc, uno degli eroi di Iwo Jima, di capire se veramente il padre era un eroe. E comincia a intervistare i veterani, va a caccia di foto ingiallite. E’ un viaggio quello che compie il figlio – giornalista alla ricerca del Padre. Ed è un viaggio che finisce in uno splendido abbraccio: mio padre era un eroe, perché sapeva dare la vita per i suoi amici. Una verità semplice, che nel cinema di oggi, fatto per lo più di orfani e famiglie distrutte, diventa ancora più vera e coraggiosa.

CAMBIA LA TUA VITA CON UN CLICK

Di Frank Coraci
Con Adam Sandler, Kate Beckinsale
Voto: 5

Un giovane architetto trova per caso un telecomando universale, in grado di risolvere i problemi della vita.

Ci sono cose agghiaccianti e divertenti in questa commedia che tanto assomiglia a Una settimana da Dio con Jim Carrey. L’aspetto più disturbante è il doppiaggio, inefficace e spesso ignorante. Non siamo tra quelli che difendono a spada tratta la lingua originale e i sottotitoli (anche se sentire gli interpreti recitare con le proprie voci rende il film obiettivamente diverso: provare per credere), ma siamo per l’italiano, per la grammatica e per l’ortografia corretta. E allora, passino pure i trailer senza punteggiatura (World Trade Center), ma gli erroracci no. Quelli sono errori blu, e non si passa. Esistono le preposizioni articolate, cari dialoghisti: ‘dalla’, ‘dallo’, ‘alla’ ‘allo’ etc etc. E, almeno nella lingua italiana non si dice: “Ho un sacco di cosa da fare a studio”, come a un certo punto dichiara Adam Sandler, scusandosi per il poco tempo che dedica ai propri figli. Altri elementi che colpiscono: l’Aldilà divenuto nemmeno un supermercato ma uno sgabuzzino di un grande ipermercato, dove un angelo fa il commesso e dona, ma senza diritto di recesso, un telecomando universale. Simile quindi l’idea che sottende a Click rispetto a quella di Una settimana da Dio: qui un telecomando universale in grado di risolvere, come fosse una bacchetta magica, i problemi della vita, dalla moglie che rompe alla carriera che deve essere ottenuta a tutti i costi, là una vera e propria sostituzione a Dio dagli esiti comici. Il risultato è lo stesso: la nostalgia della vecchia vita, fatta da una famiglia non perfetta ma unita. Click è in definitiva una commedia con momenti certo divertenti ma non privo di una veste inquietante. L’incubo che per gran parte vive il protagonista, architetto di successo sempre più ricco, sempre più grasso, ma dalla vita sempre più vuota, sempre più solo, sempre più distratto dagli effetti messi da parte per dedicarsi al lavoro, mette i brividi e fa riflettere. Il nostro stile di vita, forse, non è così lontano da quello dell’architetto alla ricerca del telecomando con cui risolvere e farsi beffe della vita.

DEPARTED - IL BENE E IL MALE

Di M. Scorsese
Con Leonardo Di Caprio, Jack Nicholson
Voto: 8

Boston, qualche anno fa. Un boss della mala irlandese, Frank Costello infiltra un suo uomo nella polizia. Ma non sa che la polizia ha intenzione di fare altrettanto.

Film cupo, pessimistico, dagli accenti letterari, tra Shakespeare e Dostoevskij, l’ultimo film di Martin Scorsese, dopo un paio di mezzi passi falsi (Gangs of New York e The Aviator), ci riporta ai bei tempi andati. Quelli se non di Taxi Driver e Toro scatenato, almeno di Quei bravi ragazzi e Casinò, a cui The Departed si salda non tanto per l’appartenenza ad un medesimo genere gangster, quanto per l’atmosfera tragica e i risvolti senza speranza. Ispirato a Infernal Affairs, un noir orientale si qualche anno fa, The Departed è uno dei migliori film di Scorsese di sempre. Attori perfetti (compreso Di Caprio, al terzo film con il Maestro e sempre più bravo in un ruolo non certo facile), sceneggiatura, musiche e montaggio che paiono senza sbavature. Due ore e passa che scorrono via tra bagni di sangue, scoppi improvvisi di violenza e la presenza di un peccato che è presenza ineludibile e schiaccia la persona, una vera costante nella cinematografia del regista italoamericano. Sangue, famiglia e tradimento: si potrebbe sintetizzare così un’opera che riesce a essere attualissima, con un sovradosaggio di paranoia e attacchi a tradimento, pescando nell’antico. E cioè nella tragedia classica e scespiriana, da cui Scorsese ricava almeno tre quarti delle suggestioni di uno script che appare veramente solido e non privo di ironia. Tragedia dell’identità, tragedia dei padri (due, Sheen e Nicholson, in due parti speculari), tragedia del tradimento e del parricidio, la tragedia dell’amicizia virile e della donna contesa. Insomma, un film sul “doppio” realista e non relativista. Che, certo, non fa sconti a nessuno ma che ha il coraggio di fare i conti con personaggi fatti carne e di ossa, di male (che spesso è definitivo) ma anche di pulsioni verso un bene che spesso ha il sapore della vendetta.